Grindadráp

Grindadráp: la tradizione delle Fær Øer che imbarazza la Danimarca

È Grindadráp la parola tradizionale faroese per indicare la caccia alle balene, una pratica che nel remoto arcipelago di appartenenza danese significa molto di più che una semplice battuta di caccia. Grindadráp è l’unione di due parole del faroese – una lingua rimasta ancora molto rustica, in maniera simile all’islandese, e ancorata al norreno importato dai vichinghi norvegesi: grind, che può intendere un branco di balene (mentre balena si può dire grindahvalur o grindafiskur); e dráp, che significa macello. Letteralmente “uccisione della balena”, nel tempo è divenuto proprio il modo per indicare questa pratica, a cui i faroesi sono molto attaccati e che per loro significa tutt’altro che commercio.

Grindaboð! Sono arrivate le balene per il grindadráp

Grindaboð è un’altra parola tradizionale faroese direttamente collegata alla caccia alle balene: infatti, in antichità, quando i faroesi andavano a cacciare le balene in mezzo all’Atlantico e ne avvistavano un branco, gridavano proprio questa parola, anch’essa composta da grind e da boð (che significa “urlo”). Una parola che potremmo tradurre come “Eccola!”, alla stessa maniera della parola greca Eureka!

Come si diceva sopra, la caccia alle balene nell’arcipelago autonomo danese non è una questione di commercio, come avviene invece in altri Paesi dove la caccia ai cetacei viene praticata. A differenza degli antichi faroesi, quelli moderni non escono più in mare aperto ma attendono che le balene si avvicinino alla spiaggia per far sì che si incastrino sul fondale basso, e poi quindi infilzarle con uno strumento chiamato mønustingari, che va infilato dentro lo sfiatatoio dell’animale tagliandone il midollo spinale e uccidendolo in pochi secondi. In questo modo vengono uccise circa 900 balene ogni anno, soprattutto d’estate quando l’evento viene puntualmente denunciato dalla stampa internazionale perché l’uccisione in mare delle balene tinge le acque scure dell’arcipelago di rosso, con un effetto piuttosto inquietante.

Grindadráp

Nessuna di queste balene, però, a sentire i locali viene uccisa per essere commercializzata ed esportata all’estero. Tutto l’arcipelago delle Fær Øer è dipendente da importazioni dall’estero, e quindi da tutto ciò che arriva via mare. Le isole sono infatti molto fredde e con un terreno aspro poco adatto all’agricoltura (caratteristica che le rende così apprezzabili esteticamente), per cui per secoli gli abitanti, da sempre piuttosto poveri, potevano sopravvivere solamente con la sostanziosa carne delle balene, ricca di grassi e di proteine. Le balene catturate, la maggior parte delle quali trova morte sulla spiaggia di Hvalba, un minuscolo comune (762) di Suðuroy, la più meridionale delle isole componenti l’arcipelago (in faroese infatti significa Isola del Sud). L’altro villaggio noto per la sua fiorente attività di Grindadráp è Hvalvík, sull’isola Streymoy, il cui nome non a caso significa baia delle balene.

Hvalvík

Eppure, nonostante gli occhi puntati addosso e l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale, e nonostante le violazioni delle regole della Commissione internazionale per la caccia alle balene (la quale non è d’accordo con la caccia, che in passato ha portato molte specie sull’orlo dell’estinzione), i faroesi sono per la maggior parte convinti di questa attività, affermando che uccidono solamente animali non a rischio estinzione, e che l’attività serve loro per sopravvivere. L’economia delle Fær Øer è del resto ancora molto debole: come detto, tutto sull’arcipelago dipende dalle importazioni dall’estero e dalle sovvenzioni ricevute dalla Danimarca, mentre i faroesi possono contare solamente sulle attività di caccia e sul petrolio trovato nei dintorni, per cui gli abitanti sperano di trovare dei giacimenti e migliorare le condizioni economiche su modello della Norvegia.

Proprio la caccia e la pesca su cui si basa la piccola economia dell’arcipelago ha fatto sì che i faroesi (oltre che per motivi culturali) non abbiano voluto seguire la Danimarca nell’ingresso nell’Unione Europea, che avrebbe significato sottostare alle rigide regole riguardanti la pesca, similmente a quanto visto per l’Islanda. Per gli stessi motivi, infatti, la Groenlandia uscì dall’Unione negli anni Ottanta, dopo appena 10 anni di permanenza. Rimane, comunque, che il Grindadráp ha portato alla morte di oltre 60.000 cetacei negli ultimi 50 anni (oltre alle balene, infatti, vengono cacciati anche i delfini), di cui quasi 8.000 solamente tra il 2009 e il 2018.

E la Danimarca?

La Danimarca risente direttamente di questa sconsiderata tradizione del suo arcipelago autonomo. Tutti i titoli dei giornali, quando trattano di questo argomento, parlano di caccia alle balene in Danimarca, in virtù del fatto che le Fær Øer sono a tutti gli effetti un territorio sotto amministrazione danese, allo stesso modo della Groenlandia. Questo è il lato negativo, per i danesi, dell’avere ancora una sorta di colonia, che ne può minare la reputazione di Nazione progredita. In effetti, l’imbarazzo dei danesi non è da biasimare, soprattutto perché la Danimarca propriamente detta non è coinvolta nella caccia alle balene come invece altre nazioni.

Dal 1948, infatti, le isole sono fortemente autonome nella gestione degli affari interni (dal 2005 hanno visto una maggiore autonomia anche per quanto riguarda la politica estera) per cui il governo di Copenhagen non può promulgare leggi nel territorio che vietino ai cittadini faroesi l’attività del grindadráp, leggi che comunque non avrebbero successo. La gestione della caccia alle balene è quindi affidata al parlamento faroese (Løgting), il quale prevede che solamente chi ha la licenza possa prendere parte alla mattanza. Non è comunque un lavoro retribuito, anche perché a sentire gli abitanti locali non si sa né quando arrivano le balene né dove. Insomma, tutto votato all’incertezza.

Grindadráp

È difficile, quindi, cambiare una mentalità così radicata nella cultura di un Paese che rimane sostanzialmente fatto di pescatori, con un’economia debole che vede molti giovani emigrare in Danimarca o in Norvegia in cerca di prospettive migliori e diverse da quelle delle Fær Øer. Anche se le isole, su modello dell’Islanda, si stanno avvicinando allo sfruttamento delle energie rinnovabili, e sempre similmente all’Islanda hanno visto un boom di turisti (VisitDenmark), rimangono ancora una realtà fortemente arretrata sia a livello culturale che a livello economico, per cui cambiare la mentalità degli abitanti riguardo al trattamento dei cetacei sarà una cosa tutt’altro che semplice.

Se vogliamo trovare un punto a loro favore, possiamo notare la “sincerità” con cui credono alle loro tradizioni. I numeri del grindadráp sono fortemente insignificanti rispetto ad altri Paesi grandi cacciatori dei cetacei, come l’Islanda, il Giappone e, soprattutto, la Norvegia, la quale ha uno dei suoi primati anche in questa attività (e in questo caso, non solo per motivi culturali). Ma questa è un’altra storia.

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