Superpotenza Umanitaria

La Superpotenza Umanitaria tra encomi e contraddizioni

Sentiamo tutti i giorni parlare di potenze economiche, e di potenze militari. E il nome “superpotenza” è ormai nel nostro immaginario comune dalla fine del secondo conflitto mondiale: prima le due superpotenze erano due, USA e URSS, poi sono rimasti solo gli States, e di recente è emersa la Cina come nuova superpotenza globale, con una crescita molto veloce. Ma oltre a loro, c’è la Svezia: il Paese scandinavo, fin dalla nascita del suo particolare sistema politico socialdemocratico, ha voluto ridefinirsi come Superpotenza Umanitaria. Ovvero, il paese prospero e ricco che fa della battaglia contro le diseguaglianze e contro la povertà nei paesi del terzo mondo il suo mantra.

In effetti, la Svezia destina in aiuti umanitari oltre l’1% del suo PIL, una cifra che non viene raggiunta da nessun altro Paese al mondo e che in effetti confermano questa sua vocazione. Certamente né potenza economica, né militare, nel secondo Novecento la Svezia ha voluto trovare un altro modo per rimanere tra le Nazioni importanti (una cosa di cui si è sempre preoccupata), ponendosi sia contro il capitalismo sfrenato degli States, sia contro il comunismo opprimente dell’URSS, guardando direttamente al terzo mondo. E, tuttavia, non senza contraddizioni: la superpotenza umanitaria ha infatti sempre dovuto tenere conto sia dell’estrema destra, che non si è mai realmente spenta e che ora ha un preoccupante risveglio nel Paese; sia con gli scandali legati a H&M e IKEA, sue aziende di punta accusate di sfruttamento proprio nei Paesi che il reame di Carl XVI Gustav vuole aiutare.

Fonte di questo scritto: The Passenger, Svezia

Un nuovo volto

Non è sempre stato così. Nell’immediato dopoguerra, infatti, la Svezia non era che una delle ricche nazioni dell’Occidente, un Paese ricco e prospero che non aveva subìto l’invasione tedesca come la Danimarca e la Norvegia – sul perché, ci arriviamo dopo – né la distruzione da parte di tedeschi o alleati, come invece l’Italia, la Francia, il Regno Unito e la stessa Germania. E questo, grazie alla sua presunta neutralità.

La Svezia non era quindi un Paese da ricostruire, era una Nazione ricca con il classico governo liberale di centro-destra, un Stato cuscinetto, tra l’altro, vista la sua vicinanza con la Russia. Tutto cambia con il nome di Olof Palme. Un uomo, nato nel 1927, che iniziò una serie di manifestazioni per dimostrare il suo dissenso contro la guerra del Vietnam, e in generale per dimostrare la sua vicinanza alle popolazioni oppresse sia da USA che da URSS. 

Superpotenza Umanitaria
Olof Palme

Stiamo parlando naturalmente del periodo sessantottino, ma in Svezia questa ondata fu presa in maniera più seria che in qualsiasi altro posto. Palme divenne infatti Primo Ministro dal 1969 al 1976 (e lo fu di nuovo anche dal 1982 fino alla sua morte, un mistero irrisolto) che portò la Svezia ad assumere i suoi ideali e il suo senso di giustizia. Fu infatti lui a dare il via al mito della Svezia come Superpotenza Umanitaria, favorendo l’integrazione europea (anche se non entrando nella CEE, a differenza della vicina Danimarca che ci entrò nel 1973) e rafforzando la socialdemocrazia svedese, con un’economia pacificata, un socialismo democratico e cogestione delle grandi imprese.

È Palme che gli svedesi devono ringraziare se sono diventati così attenti agli altri, e se la loro società ha un senso così altruista. Abbiamo già detto della spesa consistente della Svezia in aiuti umanitari, a cui si aggiunge il record incredibile del 2015, quando il reame scandinavo ha introdotto nel Paese più di 160 mila profughi provenienti dal Mar Mediterraneo, più di qualsiasi altro Paese europeo (a buon tacere di qualche politico). 

In Svezia, del resto, sarebbe impensabile avere un modello di politica come quelli che si sono creati nelle principali potenze mondiali, che vedono una sempre maggiore polarizzazione. Nel Paese scandinavo, infatti, anche le posizioni più conservatrici e di ultradestra non si sognerebbero mai di togliere diritti LGBT, di dire frasi sessiste o maschiliste, e persino razziste. La società svedese, che si aspetta molto sia dal politico che dal cittadino, che aiuta molto ma che tende anche a sentirsi mortificato nel suo fallimento, non accetterebbe frasi di una politica polarizzata come quelle che invece si vedono in Francia, in Italia, in Regno Unito o negli Stati Uniti. Ma ciò non vuol dire che non ci siano svedesi che le pensino.

La preoccupante ascesa del neonazismo 

Tutto ha un costo, e ogni società ha le sue ombre. La superpotenza umanitaria, infatti, nonostante la sua idea e il suo interessante proposito umanitario non è esente dall’ascesa della destra, come un po’ in tutta la società occidentale. Con la differenza che qui è un fenomeno molto più longevo di quanto si credi: nel 1996, infatti, nel centro di Stoccolma fu allestito un vero e proprio corteo di persone vestite in uniforme naziste, che gridava a gran voce “Hitler, aiutaci dal Valhalla” per restituire la Svezia agli svedesi. Manifestazione che, tra l’altro, ha visto il rogo di alcuni libri considerati come “degeneri”.

Superpotenza Umanitaria
Herman Lundborg

Negli ultimi tempi, la situazione non è cambiata. Proprio il miracoloso ed encomiabile intervento del 2015, che ha accolto nel Paese tutti quei rifugiati, non è passato in sordina nella società. E se certo non ci sono stati commenti, a livello pubblico, come ci sarebbero stati altrove, l’intolleranza a questo atto da molti “svedesi svedesi” considerato inappropriato si dimostra in tante piccole azioni intraprese a livello locale.

La stessa Stoccolma, la città che fa della diversità e dell’integrazione la sua forza – qualunque guida turistica lo ripete molte volte nel corso della visita, per esempio, al Rådhus, il municipio – è però ben divisa tra gli svedesi che abitano nel centro, e i nuovi svedesi, discendenti di immigrati per lo più africani e asiatici, che vivono nelle periferie. Ma al di là di questo fattore alla fine puramente economico, si tratta di azioni piccole ma importanti: anche in una regione come la Scania (la punta meridionale e per molto tempo danese della Svezia), la regione con sentimento autonomista roccaforte dei socialdemocratici, si sono visti sindaci che rifiutano di esporre la bandiera arcobaleno dal municipio, o misure che hanno impedito alle bambine musulmane di andare a scuola con il velo, o l’insegnamento ai bambini stranieri della loro lingua d’origine.

Questo razzismo nascosto, unito alla crescita di consensi dell’ultradestra, ha una spiegazione, e che stavolta accomuna la Svezia all’Italia: entrambe le penisole, infatti, non hanno fatto i conti con il passato. La Svezia ancora meno: il Paese non ha mai partecipato al secondo conflitto mondiale, e non ha nemmeno subito l’invasione tedesca anche per una sorta di mentalità filotedesca degli stessi anni. 

Nel 1922 il professore svedese Herman Lundborg scrisse un opuscolo chiamato “Il pericolo della degenerazione e come prevenirla”. Un opuscolo di razzismo biologico, che individuava neri ed ebrei come razze inferiori da allontanare dalla società. 33 pagine che furono subito tradotte in mezza Europa, e che ricevettero anche l’encomio di Hitler. Lundborg divenne poi professore dell’Università di Uppsala, mentre l’opuscolo servì come base della legge sull’immigrazione in Svezia, che proteggeva gli svedesi dalla concorrenza degli altri Paesi e impediva l’accesso a determinate categorie di persone – quelle che abbiamo già visto – nel Paese, anche per motivi turistici. Una legge che tra l’altro andava ad attaccare anche svedesi considerati come minacciosi per preservare la purezza degli svedesi, tra cui persone portatrici di handicap e persone con comportamenti inaccettabili. Per loro, la punizione era la sterilizzazione e il 90% delle persone colpite erano donne, per le quali era sufficiente anche uscire di sabato sera a svagarsi per essere considerate degeneri dal pastore o conservatore di turno. 

Anche l’aiuto verso gli ebrei, un primo atto della Superpotenza Umanitaria, avvenne molto in ritardo, e fu da molti svedesi considerato sbagliato. L’iniziativa, del resto, partì dalla Danimarca e non dalla Svezia.

Le contraddizioni della Superpotenza Umanitaria

Naturalmente, molto tempo è passato dagli anni 20 e 30, e oggi i nostalgici del periodo sono (ancora) una minoranza. Ma non è solo l’ascesa dell’estrema destra a minare la stabilità della Superpotenza Umanitaria – i cui effetti già si vedono anche in una riduzione della spesa per gli aiuti umanitari degli ultimi governi.

Anche H&M ci mette del suo per creare contraddizioni. Il colosso del fast fashion svedese, che comprende altri brand di abbigliamento, è il principale bersaglio del documentario The True Cost, che fa letteralmente a pezzi l’azienda svedese. Dal crollo del Rana-Plaza, all’inquinamento, allo sfruttamento di designer, al pagamento pietoso dei lavoratori che producono i suoi vestiti: H&M è stata vittima di boicottaggi, e anche di sanzioni, dovendo  lei per prima modificare il suo modus operandi – che ancora comunque non ha cambiato. Un’azienda che quindi mette in pratica tutto ciò con cui Palme aveva lottato, dal capitalismo sfrenato dei profitti facili all’oppressione di intere popolazioni che in teoria voleva aiutare – e che invece dimostra di aver scelto proprio perché non obbligata a pagare molto.

Insomma, il lavoro della Svezia per i diritti, che viene continuamente manifestato anche grazie a figure più recenti come Greta Thunberg, o in passato Ellen Key che hanno ispirato anche la Montessori, è un continuo oscillare tra idee contrastanti e opposte. E in epoca di crisi, che non ha lasciato esente nemmeno lei, riuscirà a mantenere ancora il suo titolo, a torto o ragione, di Superpotenza Umanitaria?

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