World Pride

Perché il World Pride di Copenhagen e Malmö è stato così bello

E cosa possiamo imparare in materia di diritti umani

Dal 12 al 22 agosto 2021 si è tenuto il World Pride di Copenhagen e Malmö – ufficialmente Wolrd Pride & Euro Games, visto che ha coinvolto anche attività sportive. Si è trattato di un nuovo e ulteriore tassello per quanto riguarda l’unione della Capitale Danese e della terza città svedese, del resto Capoluogo di una regione, la Scania, storicamente appartenuta e legatissima alla Danimarca, e non a caso l’unica della Svezia con maggiore autonomia rispetto alle altre.

Anche Nøglen ha partecipato all’evento (solo la parte danese), il cui respiro si è diffuso più o meno in tutto il resto dei rispettivi Paesi, anche se soprattutto della Danimarca. La piccola monarchia di Margherita II ha del resto da sempre una marcia in più per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti umani, e l’accettazione di ogni diversità, che l’ha vista, a partire dagli anni Sessanta, spingere verso la liberalizzazione sessuale, lo sdoganamento del sesso, la legalizzazione delle coppie di fatto, prima, e del matrimonio tra coppie dello stesso sesso poi.

World Pride Copenhagen-Malmö 2021: non poteva essere più sentito

Mi sono permesso di definire il World Pride “la saga della diversità“, in senso positivo. Da sempre considero Copenhagen “un paesone”, una città tutto sommato grande (circa 600.000 abitanti) che mantiene intatte però le caratteristiche positive della provincia, quale per esempio la voglia di conoscersi, di mettersi a disposizione degli altri e, soprattutto, un sentimento di collettività.

Proprio questo è il punto forte del World Pride: è un evento che hanno sentito tutti. Oltre al Rådhus, il Municipio, che ha sostituito la bandiera danese con quella arcobaleno e di sera l’arcobaleno ne illuminava la facciata, ogni autobus, negozio, museo, bar, persino i camion dei porti sfoggiavano l’araldo dell’inclusione. Allo stesso modo, l’evento è stato partecipato da tutta la comunità danese, oltre che naturalmente dai (non troppi) turisti venuti dal resto del mondo.

World Pride

Ai dj set, e in giro per tutta la città, spesso sfoggiando le sopracitate bandiere, c’erano giovani, famiglie con i loro bambini, ma anche over 50. Mentre Copenhagen era allestita proprio da “fiera di Paese”, con bancarelle per comprare birra, dolcetti da asporto, cibo e poi tavoli per sedersi e stare insieme. Il tutto, ci tengo a ribadirlo, in relativa sicurezza: primo perché la quasi totalità dei danesi è vaccinata, secondo perché solo col vaccino o con tampone, effettuato più volte, si entra in Danimarca. Personalmente, comunque, quando Rådhuspladsen, la piazza del municipio e perno principale del Pride, si faceva troppo affollata, preferivo andare via.

La cosa che mi è piaciuta di più è che molto è stato fatto per (in)formare i “non addetti”, ovvero coloro che poco sanno delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+. Le coloratissime transenne erano in realtà dei grossi paragrafi che spiegavano l’omosessualità, la bisessualità, ma anche temi ancora oggi divisivi – persino nella comunità stessa – come la transessualità, l’asessualità o l’intersessualità. Le stesse definizioni erano presenti anche sui bicchieri.

Musei e negozi, tutti arcobaleno

Ma oltre a queste spiegazioni “ad hoc”, ho apprezzato molto che anche i musei abbiano in qualche modo “riallestito” i loro spazi, aggiungendo molto alla causa. Per esempio, il Københavns Museum, il museo dedicato alla storia della città, ha inserito in ogni stanza dei pannelli ove scannerizzare il QR Code – quello danese o quello inglese – e man mano scoprire, ascoltandola sul proprio smartphone, la storia della comunità LGBTQIA+ nei secoli passati, per conoscere cosa significava essere omosessuale o transessuale un tempo.

Oppure, la splendida Hirschsprungske Samling, o Collezione Privata Hirschprung, ha dato alcune interpretazioni Queer ai suoi quadri esposti, allestendo un’ala del museo per raccontare (anche) attraverso i loro quadri, la storia delle pittrici Marie Luplau ed Emilie Mundt, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento hanno dato vita a una vera e propria famiglia omogenitoriale a Frederiksberg (oggi enclave di Copenhagen, pur essendo ancora comune separato). Tra l’altro, divenendo anche tra le principali attiviste in Danimarca per far ottenere anche alle donne il diritto di voto e di realizzarsi professionalmente. 

Anche LEGO, forse la più nota azienda danese, e certo la più apprezzata a tutto tondo, ha creato una collezione ad hoc. Semplice, ma efficace, un tappeto con i colori della bandiera LGBTQIA+ che culminava in un pupazzetto. L’impegno di LEGO, azienda da anni impegnata in queste cause, nonché nella sostenibilità (di recente ha lanciato un nuovo set interamente riciclato), da alcuni potrebbe essere frainteso. Ma va considerato che in Danimarca è una sorta di istituzione lei stessa.


Infine, bar e ristoranti non hanno mancato a loro volta di esporre le bandiere, alcuni creando anche drink o bevande che ne riprendessero i colori.

Parata su strada, parata in acqua

Si è detto che il perno centrale del World Pride di Copenhagen è stata Rådhuspladsen, e l’edificio da cui prende il nome, il Rådhus. Quest’ultimo, al suo interno, ha a sua volta sposato la causa, alternando alla bandiera danese quella arcobaleno, e accogliendo i visitatori con un enorme striscione recitante la frase “YouAreIncluded” (hashtag del World Pride). Inoltre, si sono celebrati matrimoni tra persone dello stesso sesso a più riprese, e per onorarli ognuno poteva conoscerle le storie.

L’Øresundbron, il ponte che unisce Danimarca e Svezia, illuminato a tema

Dopo tanti eventi e conferenze durante la settimana, che hanno visto la partecipazione a livello politico del Primo Ministro Mette Frederiksen, ma anche del nostro Alessandro Zan, nonché della Principessa Mary di Danimarca, impegnatissima nelle cause umanitarie, il World Pride ha visto sabato 21 la grande, gigantesca parata a più riprese. I “carri”, infatti, non erano di terra, ma di acqua: coloratissime imbarcazioni, piene di ragazzi felici – e probabilmente un po’ ubriachi – hanno attraversato i canali della città; mentre la grande parata, rigorosamente a piedi, si è tenuta più o meno contemporaneamente.

Mary di Danimarca ha tenuto numerosi discorsi al Pride

Il giorno dopo, domenica 22, di giorno si è tenuta la “gara” ciclistica e di corsa, culmine anche degli EuroGames che si sono tenuti contemporaneamente negli stessi giorni, e che hanno visto, stavolta nell’area nei pressi di Bryggen, proprio sul mare, la celebrazione degli sport, sempre all’insegna dell’inclusività. Ancora una volta, la città ha sentito proprio l’evento: domenica mattina, con calma, i cittadini si sono avvicinati alle transenne per applaudire tutti i ciclisti e i corridori che passavano, senza fare il tifo per l’uno o per l’altro – né lamentandosi della conseguente chiusura delle strade di tutta la città.

Critiche inaspettate

Niente “contro-pride”, niente Family day, niente sentinelle in piedi. Una cosa che non dovrebbe stupire chi conosce la Danimarca, e in generale la Scandinavia, dove anche le destre non si sognerebbero mai di negare nemmeno le adozioni alle coppie dello stesso sesso – in quei Paesi, le destre hanno però una certa dose di razzismo, e nemmeno loro sono esenti dal populismo.

Una cosa che mi ha fatto molto riflettere, se penso a quanto clamore ancora desta, invece, un Pride cittadino in Italia. E lo dico con rammarico, lo dico ricordando che il primo World Pride della storia si è tenuto nel 2000 a Roma. Segno di quell’Italia continuamente spaccata in due, che da una parte lancia eventi innovativi e inclusivi (l’Euro Vision è un’altra creazione italica, eppure solo la GenZ ha iniziato ad apprezzarlo) e che li mette da parte, come dilaniata da polemiche interne.

Penso a quanto possiamo imparare dal World Pride di Copenhagen e Malmö 2021. La vera differenza è che in Italia i diritti umani sono considerati una cosa “di sinistra”, e di conseguenza boicottati, spesso con frasi davvero infelici, fatte apposta per far parlare di sé e gonfiate da una stampa che di etico non ha più nulla, dalle destre populiste. Questo crea divisioni, spesso anche interne (ArciLesbica è nota per le sue posizioni transfobiche), che vedono alcune associazioni pro LGBTQIA+ boicottare gli eventi per un logo, o per una partecipazione sgradita, dimostrando che viene prima la simpatia verso la persona o personalità giuridica, e poi la causa.

Copenhagen, invece, ha dato vita a un evento davvero inclusivo. Inclusivo perché coinvolge tutti, dando spazio alla problematica (la discriminazione per orientamento e genere sessuale), ma rivolgendosi anche ai !non discriminati”, aiutandoli a capire sia la causa, sia a identificare queste persone, sia anche come comportarsi.

Paradossalmente, le critiche che sono state mosse sono di natura etica: uno dei principali sponsor dell’evento avrebbe dovuto essere Nestlé, la nota azienda svizzera del settore dell’alimentazione ma non solo. Un’azienda, però, estremamente controversa: da tutta la Danimarca e da tutta Europa sono arrivate richieste di non accettare Nestlé tra gli inserzionisti, perché avrebbe penalizzato e reso ipocrita l’evento. Morale della favola: di Nestlé non è comparso nemmeno il nome.

Altre storie
Cobe Architects
Cobe Architects ha presentato le sue stazioni di ricarica “zen” in Danimarca